Andrea del Castagno
Il “fero uomo” dalla pittura “gagliardissima” ed “acerrima”, nelle parole del Vasari, nacque a Castagno del Mugello, nei pressi di S. Godenzo, nel 1421 circa. Suo padre. Bartolo di Simone di Bargiella, sembra fosse carbonaio. Nella “vita” del Vasari si legge che rimase orfano nella prima fanciullezza e che allora uno zio lo prese con sé per farlo lavorare badando ai suoi armenti. L’incontro con l’arte avvenne per caso, un giorno in cui il pastore, cercando rifugio da un temporale, incontrò un pittore “di contado” che stava dipingendo un tabernacolo di un contadino: nella meraviglia per ciò che vedeva scoprì la sua vocazione di artista e da allora una smania di dipingere lo portava a tracciare figure e animali con il carbone e la punta del coltello su muri e pietre. La voce delle inclinazioni del pastorello si diffuse così tra i contadini, fino a giungere alle orecchie di Bernardo de’ Medici, che in quei luoghi aveva possedimenti, il quale, vistolo, lo condusse con sé a Firenze per farlo entrare a bottega “con uno di que’maestri che erano allora tenuti migliori”. Forse proprio per il vigore che le sue figure sapevano suggerire, nel 1440, all’indomani della battaglia di Anghiari, viene incaricato di raffigurare nel Palazzo del Podestà, appesi per un piede, i ribelli condannati. Per questo al pittore venne poi dato il nomignolo di “Andrea degli Impiccati”. Il suo vero esordio artistico avviene però fuori Firenze: trasferitosi infatti a Venezia, nel ‘42 vi dipinge, intorno ai vent’anni, la volta dell’abside della cappella di S. Tarasio e in S. Zaccaria e il cartone per la “Morte della Vergine”, eseguito in mosaico in S. Marco. Nel ‘44 torna a Firenze e comincia la sua attività in città: fornisce un cartone con la “Deposizione” per una vetrata di S. Maria del Fiore, affresca una “Crocefissione con la Vergine, S. Giovanni, la Maddalena e i santi Benedetto e Romualdo” in Santa Maria Nuova. Un “S. Lazzaro tra Marta e Maddalena” e un “Cenacolo” nel refettorio sono andati perduti. L’anno successivo inizia un ciclo di affreschi nel refettorio delle benedettine di S. Apollonia, concluso nel 1450, rappresentando episodi della vita di Cristo: “Crocefissione, Deposizione e Resurrezione” nella parte superiore della parete e un’ “Ultima Cena” nella parte inferiore, per tutta la lunghezza del muro. Nel ‘50 sta lavorando anche in un salone di Villa Carducci a Legnaia, dove, entro finte nicchie, dipinge una serie di grandi figure di uomini e donne illustri. Tra il ‘51 e il ‘53 realizza una continuazione degli affreschi di Domenico Veneziano e Piero della Francesca, nella Cappella maggiore di 5. Egidio, con le “Storie della Vergine”, purtroppo andata perduta. A proposito dei rapporti col Veneziano, Vasari ha addebitato erroneamente al pittore mugellano l’uccisione di questi. Dipinge un Andrea tormentato da una così forte invidia da essere indotto a simulare amicizia e a tendergli un agguato per “levarselo d’attorno”: racconta come una sera, declinato un invito ad uscire insieme, fosse corso invece ad aspettarlo ad un angolo e lo percuotesse a morte; come, lasciatolo a terra, fosse corso poi nella sua camera dove veniva raggiunto dai soccorritori della vittima che credettero di portargli una sventurata notizia; come Domenico, che aveva 56 anni, spirasse tra le braccia del suo amico traditore, il quale, “sagace simulatore”, si fingeva inconsolabile. Un piano così ben architettato che solo il pentimento del suo autore nella confessione in punto di morte potè svelare la verità. Tuttavia oggi sappiamo che la morte di Domenico Veneziano è successiva a quella del presunto omicida, essendo avvenuta nel 1461. Posteriori al 1451 sono gli affreschi di “S. Girolamo” e “S. Giuliano” nella SS, Annunziata. Nel 1456 è chiamato in Duomo a dipingere il monumento in memoria del condottiero Niccolò da Tolentino, raffigurato a cavallo, accanto all’analoga immagine di Giovanni Acuto di Paolo Uccello. L’anno dopo la sua vita volge al termine: muore di peste a Firenze il 19 agosto del 1457. Il suo corpo riposa nella Santissima Annunziata. Nel 1957 il piccolo paese del Mugello in cui il pittore nacque, volle idealmente derivare il suo nome da quello dell’artista, invertendone i termini. Quasi un gioco di parole, ad onor del fatto di figurare tra le pagine dell’arte grazie all’opera di questo figlio. Da allora si chiama Castagno d’Andrea.
(da I Fiorentini del Genio, a cura di L. Giannelli, ed. Scramasa-Provincia di Firenze)