Antonio Meucci
Antonio Meucci nacque a Firenze il 13 aprile 1808 nel popolare quartiere di S. Frediano nell’attuale Via de’Serragli. Dati i pochi mezzi della famiglia, egli, iscrittosi all’Accademia delle Belle Arti, non poté compiere studi regolari e anzi cominciò a lavorare giovanissimo al servizio del granduca Leopoldo, come custode per la verifica dei passaporti ad una delle porte della città. Non perdurò molto nell’ufficio statale, impiegandosi ben presto presso l’impresario teatrale Alessandro Lanari che lo assunse come attrezzista, prima al teatro della Pegola e poi a quello della Quarconia, in via dei Cimatori. Antonio cominciò qui a mostrare la sua indole di genio inventore, mettendo a punto utilissimi ed originali congegni. Nella sartoria dell’impresa lavorava Ester Mocchi: Antonio si innamorò della giovane operaia e ricambiato, i due si sposarono poco dopo. Per le sue idee liberali e repubblicane, nutrite insieme agli interessi per l’elettricità fisiologica e animale, i due furono costretti ad abbandonare il granducato di Toscana. Dopo aver peregrinato a lungo nello Stato Pontificio e nel Regno delle Due Sicilie, lasciarono per sempre l’Italia, emigrando a Cuba. Qui gli sposi Meucci ottennero una scritturazione al Tacon Opera House dell’Avana, dove Antonio presterà la sua manodopera come attrezzista e Ester come sarta. Proprio lavorando al teatro dell’Avana Meucci concepì -siamo nel 1833- la prima idea di un apparecchio per la trasmissione della voce a distanza. Si trattava di un sistema di tubi che trasportava il suono da una parte all’altra del palco, in modo che dalla cabina di regia si potessero dare le istruzioni agli operai. A questo punto si verificò la prima della lunga serie di sfortunate vicissitudini che egli dovette affrontare: un incendio infatti mandò in rovina il teatro che gli dava lavoro, facendolo rimanere così senza occupazione. La necessità lo spinse dunque nel ‘41 a New York, dove intraprese un’attività commerciale. Oltre ad occuparsi di birra e pianoforti, dette vita ad un modesta fabbrica di candele nella quale accolse Giuseppe Garibaldi, che lavorò e collaborò con lui per tre anni, dal ‘50 al ‘53, Dalla sua piccola impresa passarono inoltre molti italiani proscritti come Negretti, Bovi, Avezzani, Quirico Filopanti. Della fraterna amicizia che il patriota Meucci dimostrò a Garibaldi ci parla lo stesso Generale in alcune lettere, dove scrive di essere stato accolto come uno della famiglia e con molta amorevolezza, e non come un lavorante qualunque. Nel 1854 la moglie Ester fu costretta a letto per lungo tempo da una grave artrite e questa spiacevole contingenza lo spinse a riprendere in mano il sistema di comunicazione escogitato ai tempi deI teatro: costruì così il primo prototipo di “teletrofono” -come lo aveva chiamato - allo scopo di creare un collegamento tra il suo ufficio e la camera da letto. Sfortunatamente la fabbrica di candele fallì e Antonio si trovò a fronteggiare gravi difficoltà finanziarie, mancando perciò dei mezzi economici per sostenere lo sviluppo della propria invenzione. Tentò anche, attraverso l’amico Bendelari, la ricerca di un finanziamento presso persone facoltose in Italia ma senza risultato. La miseria gli stava alle costole tanto che per la propria sussistenza dovette contare sull’aiuto di qualche emigrato italiano. Il destino poi si accanì contro di lui quando, rimasto vittima di un incidente su una nave, fu costretto a letto per mesi e la moglie Ester, per racimolare soldi, si vide costretta a vendere tutte le attrezzature telefoniche ad un rigattiere per soli sei dollari. Nel 1871 Meucci decise di richiedere il brevetto per il suo “teletrofono”. Di nuovo la mancanza di soldi lo condizionò fortemente: a fronte dei 250 dollari chiestigli dall’avvocato per la preparazione dei documenti necessari, egli poteva disporne solo diventi, cifra raggiunta fra l’altro grazie ad una colletta degli amici, dovette così ripiegare su un brevetto provvisorio, da rinnovare ogni anno aI prezzo di 10 dollari e che comunque riuscì a pagare solo fino al ‘73. Con questa garanzia Meucci si rivolse al vicepresidente dell’ American District Telegraf Company di New York, Grant, cui consegnò un’ampia documentazione sulle sue ricerche, con la richiesta di lasciargli utilizzare le sue linee per gli esperimenti. Disamorato dalla lunga e inutile attesa, Meucci chiese la restituzione dei suoi appunti, senza però poterla ottenere: si sentì dire infatti che erano stati smarriti. Il 6 febbraio deI ‘76 Alexander G. Beh, di Boston, presentò una domanda di brevetto per l’invenzione del telefono. Si aprì così una lunga vertenza tra i due uomini che rivendicavano la paternità del congegno. Meucci riuscì a farsi sponsorizzare dalla Globe Company che intentò una causa alla compagnia di Bell per infrazione del brevetto. Alla fine fu Bell ad avere la meglio e, costituita una società, a godere dei ricchi guadagni che lo sfruttamento dell’invenzione dava: il 19 luglio del 1887 infatti la sentenza del giudice affermò che Meucci aveva inventato si il telefono ma non quello elettrico. Il ricorso presentato dalla società Globe, ebbe come deludente esito l’archiviazione del caso da parte della Corte Suprema statunitense. Esso fu presentato appena dopo la morte di Meucci che, ormai ridotto in miseria, si spense a 81 anni il 18 ottobre 1889, nella casa di Long Island, donatagli da un liberale privato americano. Davanti ad essa gli italiani d’America, grazie ad una sottoscrizione, il 16 settembre 1923 fecero innalzare un monumento a ricordo del geniale e sfortunato fiorentino. L’anno successivo anche Firenze lo volle onorare con un bassorilievo in marmo che ritrae la sua effigie murato sulla facciata del palazzo Poste e Telegrafi in via Pellicceria. Oltre un secolo dopo, l’il giungo del 2002, il parlamento americano ha riconosciuto ufficialmente a Meucci la paternità del telefono.
(da I Fiorentini del Genio, a cura di L. Giannelli, ed. Scramasa-Provincia di Firenze)